La Parabola delle Mine

La Chiesa non può che essere reazionaria; la Chiesa non può che essere dalla parte del Potere; la Chiesa non può che accettare le regole autoritarie e formali della convivenza; la Chiesa non può che approvare le società gerarchiche in cui la classe dominante garantisca l’ordine; la Chiesa non può che detestare ogni forma di pensiero anche timidamente libero”. Pier Paolo Pasolini

Luca 19, 11-27

I risultati della ricerca del filologo francese André Sauge (1) sono fondati su una analisi linguistica e su una critica testuale dei documenti e permettono di comprendere quali siano le fonti delle scritture cristiane (2). Questa analisi verte a situare un testo primigenio alla base dei vangeli sinottici. Si tratta di un dossier compilato per la difesa dell’apostolo Paolo chiamato a comparire, a Roma, davanti all’Imperatore. Ricordiamo come Paolo, in quanto cittadino romano, avesse chiesto di essere giudicato a Roma per sfuggire al linciaggio promessogli a Gerusalemme.

Questo dossier è la tesi difensiva per il processo di Paolo che fu redatta da un un altro cristiano, Sila, e intendeva riassumere di fatto la storia che aveva condotto Paolo a trovarsi di fronte alla giustizia imperiale. Questa tesi difensiva doveva raggiungere lo scopo di far comprendere alle autorità romane la natura stessa del Cristianesimo e far riconoscere la via cristiana come una nuova religione, «Religio licita», alfine di liberare i cristiani dal giogo del giudaismo che li condannava come giudei apostati. I primi cristiani, ricordiamolo, erano blasfemi nei confronti di Adonai e contravvenivano scientemente alla Legge mosaica (3). Solo un secolo più tardi, questi testi verranno interpolati per invertire completamente il senso del dossier di Sila. La parabola delle mine dimostra perfettamente questa manipolazione fatta al testo originale e al suo senso, e attraverso la comparazione del testo della parabola, che troviamo in due differenti vangeli, quello di Luca e quello di Matteo (4).

Il vangelo “secondo Luca” è di fatto erede del dossier redatto da Sila, ne contiene parti integre, nella lingua greca della koiné, mentre il Vangelo “secondo Matteo” fu redatto per distorcere e invertire il senso del dossier di Sila. Vedremo come l’analisi del senso della parabola conferma quello che la filologia realizza su uno studio linguistico.

La storia non si mette a cercare il luogo unico da dove veniamo, ma al contrario si occupa di far apparire tutte le discontinuità che ci attraversano”.  M. Foucault

Ricordiamo che i Vangeli sono in realtà dei testi tronchi redatti per essere eretti a verità contro altri cristiani. La nostra idea sui fatti del Cristianesimo dipendono interamente dai vangeli che leggiamo, ed è il motivo per cui tali scritti furono oggetto di poste in gioco importanti negli ambienti cristiani del I secolo. Chi controllava i vangeli, controllava la fede cristiana stessa.

Vediamo come si ritrovi quasi intatto, in diversi punti del Vangelo secondo Luca, il contenuto del dossier di Sila.

Il Vangelo secondo Luca ci dice che Gesù racconta questa parabola poiché la folla “credeva che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro” (Luca 19,11).

Nel racconto Gesù é atteso a Gerusalemme come colui che ha ricevuto l‘unzione regale da Adonai al fine di restaurare il regno di Israele, sul modello del Re Davide. Per convincersi della speranza messianica che il popolo proiettava sulla figura di Gesù, é sufficiente rifarsi alla descrizione con cui viene ricevuto come un re nella sua entrata a Gerusalemme: «Benedetto colui che viene, il Re, nel nome del Signore!» (Luca 19: 38). É chiaro che la folla credeva che Gesù fosse il messia, ossia il nuovo re che Dio, Adonai, aveva messo in campo. «Il regno di Dio» significa la restaurazione del reame di Davide e Gesù diretto a Gerusalemme diviene il contesto della parabola stessa: la speranza del messia.

Contesto della parabola e commento

Un uomo di stirpe nobile (5) parte per un paese lontano al fine di ricevere un titolo regale e prendere possesso di un regno. Prima di partire affida a dieci servitori dieci mine (6) ciascuno , con la raccomandazione di farle fruttare sino al suo arrivo.

Il giorno del suo ritorno, richiama a sé i dieci servitori, per vedere quanto abbiano ben amministrato le sue proprietà . A ogni servitore aveva consegnato da amministrare tante città quante erano le mine che aveva guadagnato. Uno dei servitori si distingue da tutti gli altri e dichiara al nuovo re: “Signore, ecco la tua mina, che ho tenuta riposta in un fazzoletto; avevo paura di te che sei un uomo severo e prendi quello che non hai messo in deposito, mieti quello che non hai seminato”. (Luca 19, 20).

Il Re stupito riprende la mina e non gli affida alcuna città.

La logica di questa parabola é chiara, questo personaggio di nobile stirpe che parte per la sua investitura regale avrà bisogno al suo ritorno di amministratori competenti per il suo regno. Perspicace come il principe machiavellico, vuole approfittare della sua assenza per vedere se le persone che tiene al suo servizio possono divenire dei buoni amministratori, persone di fiducia, fedeli devoti al regnante. Quale scelta migliore di quella di promuovere dei servitori che gli devono tutto?

L’intelligenza consumata del potere, di cui dà prova, mostra la sua finezza politica, in grado di possedere le virtù annunciate da Macchiavelli tra cui la virtù dell’ anticipazione: un buon monarca deve saper prevenire gli avvenimenti e non subirli.

Vediamo che il Re ricompensa i servitori che meritano la sua fiducia, che sono all’altezza delle loro competenze, mentre il punto di rottura della parabola si situa sul servitore che rifiuta di collaborare alle opere del suo signore. Egli non vuole consentire alle malefatte del re e osa dirglielo in faccia !

Si rivolge al nobile dicendogli che é un uomo duro e ingiusto poiché prende i frutti delle fatiche altrui. Il servitore restio non ha voluto nemmeno toccare la moneta avendo cura di raccoglierla in un fazzoletto, tanto questo soldo era impuro ai suoi occhi. Il Re é sbigottito, non comprende l’attitudine del suo servitore che prende per incompetenza, oltre a una assenza d’iniziativa totale. Gli rimprovera di non aver neanche pensato di affidare la somma a un banchiere, cosa che gli avrebbe permesso di avere un minimo di interessi, pochi profitti ma buoni, in tutta sicurezza. Agli occhi del re questo servitore é un incompetente, e non apportera nulla al suo regno. Deluso del suo comportamento, il re ritira le dieci mine che gli aveva affidato, e le dona al più competente dei servitori.

“Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, assurdo, non di buon senso” Pier Paolo Pasolini

La parabola aggiunge un altro dettaglio. C’é infatti un altro aspetto che completa il quadro esplicativo e sviluppa la parabola.

Viene raccontato dall’inizio che il futuro re, di nobile lignaggio, giunge al potere ma ha degli oppositori che inviano una ambasciata per impedirne l’investitura. Ma il loro tentativo non ha successo e al suo ritorno fa eliminare i suoi avversari: “E quei miei nemici che non volevano che diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me” (Luca 19, 27).

In parole povere nella parabola si definisce il ritratto dell’esercizio del potere in termini pressoché uguali a quelli che il Machiavelli svilupperà nella sua opera « Il Principe », molti secoli più tardi. La parabola anticipa tutta l’opera del Machiavelli. Ciò che essa denuncia é il potere che i servitori entusiasti volevano che Gesù esercitasse, nella speranza di ristabilire l’ordine e la giustizia divina. Egli cerca di far comprendere, a coloro che lo vogliono al potere, che la loro speranza non si confà alla realtà dell’esercizio del potere. I pieni poteri a una persona non possono ristabilire una giustizia sociale. L’esercizio del potere ha i propri ingranaggi che non sono compatibili con l’idea del regno dei cieli. Lo spirito della legge non é la legge dello Spirito. Le due logiche sono inverse e incompatibili.

Niccolò Machiavelli diceva che “il fine giustifica i mezzi”.

Albert Camus replicava: “Chi giustificherà i fini?

Gesù denuncia precisamente questa speranza in un uomo provvidenziale, all’occorrenza un messia, che rimette il potere nei giusti binari. L’ordine sociale non può stabilirsi che con l’autorità, attraverso le pieghe di una legge e le leggi sono tutte violente, in quanto condannano e puniscono.

Il potere per mantenersi e realizzarsi passa sempre attraverso la violenza. Inoltre le lotte di potere sono intrinseche al potere stesso e nessun uomo può sfuggirvi. Le lotte per giungere al potere sono feroci, e gli esempi non mancano. Per manifestare il potere all’epoca si metteva sotto scacco il territorio e la popolazione per profitti e scopi propri, il popolo era solo il limone da spremere o la pecora da tosare. Si può immaginare quanto la società d’allora fosse ingiusta e ineguale, ma chiediamoci quanto è cambiata oggi rispetto a quei tempi. Le potenze politiche, economiche o religiose hanno accumulato fortune considerevoli alle spalle di una popolazione tanto laboriosa quanto miserabile (7).

Nell’impero romano, per esempio, per essere senatore bisognava provare di avere una rendita annuale di 250.000 denari, allorché un operaio non guadagnava che un denaro al giorno con il sudore della sua fronte, dall’alba al tramonto. I prezzi praticati a Pompei riferiscono che l’acquisto quotidiano della razione di pane (225 gr.) consumava un quarto della paga. La più gran parte delle persone viveva nella miseria. Si comprende quindi il naturale desiderio di questo popolo che voleva vedere in Gesù la promessa di un potere più giusto. Ma egli ha piena coscienza che l’esercizio del potere è incompatibile con gli ideali proclamati: “ il mio regno non é di questo mondo” (Giov. 18,36). Il regno di questo mondo, invece, egli si sforza di farlo comprendere con un’allusione: ,é un esempio eclatante delle denunce fatte da Gesù al potere esercitato da Erode, anch’egli di nobile stirpe e che aveva ricevuto da Roma la sua investitura di Re (dei giudei), spremendo i suoi compatrioti e correligionari per assicurarsi un tenore di vita inaudito, che scandalizzava persino i romani. Le rovine dei suoi palazzi sono ancora oggi una valida misura del suo potere smisurato. Per fare un esempio non esitò ad abbattere una montagna per farvi erigere un palazzo formidabile che gli serviva da fortezza per la sua sicurezza. Sempre Erode non esitava a mettere a morte i suoi rivali compresi i membri della loro famiglia, inclusi moglie e figli. Quello che Gesù racconta non è una storiella, ma una denuncia reale.

Curiosamente vediamo come nella tradizione giudeo-cristiana, ch’essa sia cattolica, protestante o ortodossa, l’abominio dell’esercizio del potere è attribuita a Dio, associando la figura del nobile re a Dio, e il servitore che rifiuta d’essere complice di questo regime diventa un servitore pigro che non vuol fare fruttificare i doni concessigli da Dio. Questa lettura ha il merito di far corrispondere l’idea di Dio a quella di Adonai, il dio dell’antico testamento, per nulla offuscato agli occhi dei suoi fedeli e sacerdoti per il fatto di sgozzare i suoi nemici, uno standard di fatto ripetuto infinite volte che vediamo anche nelle recite bibliche. Ma qual’è dunque la comparazione tra questo Dio (10) e le parole proferite che troviamo nel Vangelo di Luca: «Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano”? (Luca 6, 27) Queste parole rovesciano la lettura della parabola, mentre la lettura giudeo- cristiana della parabola é inversa. Possiamo affermare che il senso della parabola rimette in causa quella tradizione che dal giudaismo è confluita o meglio ha trovato nuova veste, vino nuovo in botte vecchia, nel cristianesimo dei padri della chiesa cattolica, universale, tanto da essere oggigiorno inconsciamente condivisa da filosofie newage e correnti esoteriche?

Con questa parabola si rimette in questione il binomio Gesù-Messia, Gesù-Cristo. In primis, egli non ha restaurato la regalità della famiglia di Davide, che il messia doveva compiere. Al contrario muore su una croce come l’ultimo dei briganti. Questa parabola sembra voler ricusare l’associazione con il messianismo tanto atteso. La tradizione giudeo-cristiana invece intende affermare la figura del messia, o del Cristo, messia in greco. Sembra quasi che raccontando questa parabola il suo autore voglia dire che il potere regale, messianico o meno, non può instaurare una qualunque giustizia. La vera giustizia sorge dal cuore di ogni uomo che vede nell’altro un prossimo, se stesso. I catari, veri cristiani, osavano dire chiaramente che il potere temporale non è di diritto divino, unto dal signore, ma di una essenza diabolica, e che la Legge contenuta nell’Antico Testamento era stata enunciata dal diavolo in un tentativo di mettere ordine nel caos da lui stesso scatenato plasmando il mondo.

La lettura della parabola dei talenti contenuta nel Vangelo di Matteo, riprende la parabola di Sila/Luca, ma modificandola per adattarne il senso e induce a un binario completamente inverso. Per il redattore di Matteo ( tutti i vangeli sono pseudo-epigrafi) il re di nobile stirpe rappresenta Dio. Egli confida a ogni uomo i talenti che deve far valere. A nostro avviso senza comprendere né il contesto né il senso della parabola in questione, il redattore ha fatto una correzione sfigurandone il senso, estraendola dal suo contesto generale e aggiungendola il coda a una serie di altre parabole. In una classica prefigurazione conformistica ha dato risalto al personaggio nobile portandolo ex æquo a un Dio ex cathedra, ed eliminando l’investitura regale che il protagonista otterrà in un paese lontano. D’altronde perché Dio avrebbe bisogno di cercare lontano da sé una investitura? Egli rimpiazza così il viaggio con una semplice assenza, al fine di lasciare agire i servitori. Il compilatore conserva la distribuzione del denaro poiché é il centro della sua interpretazione : i talenti rimessi sono la rappresentazione dei doni che Dio dà a ciascuno in funzione delle sue qualità. Una modifica del messaggio di Silas/Luca e una completa inversione logica, in quanto pensa che Dio compensi ciascuno secondo i suoi meriti. A colui che possiede dà, e a chi non fa fruttare toglie ciò che egli possiede! Il compilatore del Vangelo di Matteo attribuisce a Dio un valore che Gesù denuncia in Luca e modifica anche il valore delle somme versate. Le modeste mine potevano far passare Dio per avaro, e quindi diventano in Matteo dei talenti, ossia 60 volte il valore di una mina. L’unità monetaria più alta in assoluto (7).

Per finire, lo sgozzamento dei nemici é sostituito con la condanna all’inferno. Stesso trattamento inflitto al servitore pigro che non ha fatto fruttare le monete. Ancora una completa distorsione della parabola che troviamo in Luca. Nel testo redatto da Sila, il coraggioso e probo servitore osa denunciare il carattere senza pietà del suo signore e la sua politica funesta. Egli non viene maltrattato, ma semplicemente ignorato, screditato in quanto incompetente, pigro, senza essere una minaccia per il suo signore. Mentre in Matteo finisce all’inferno come indegno, nel Vangelo di Luca , é un eroe, poiché ha il coraggio di denunciare, come il jurodivij della tradizione russa.

La comparazione delle due parabole é chiarificatrice sul scivolamento di senso e testimonia del processo che ha presidiato la costruzione dei vangeli canonici. Questa inversione di senso si moltiplica ad esempio sulle parole di Gesù che ricusa di essere quello che i vangeli interpolati ne fanno ; ossia il Cristo, il messia. Operazione che l’apostolo Paolo denunciava ai suoi tempi (Galati 1,7).

Precisiamo che con l’impiego del termine greco di “Cristo”, l’apostolo Paolo non é indenne dalle responsabilità di confusione e inversione a causa della sua tattica dialettica. Egli pensava che il più sicuro argomento per avvicinare i giudei al Vangelo fosse quello di partire nella sua argomentazione dalla loro speranza messianica. Egli sperava di far accettare il vangelo, di avvicinarli, e in seguito avrebbe avuto il tempo per donare un migliore discernimento. Ma questa sua speranza è andata in fumo. Gli argomenti che Paolo introduceva sono stati presi alla lettera e senza un più ampio discernimento. Questa confusione perpetrata è stato il miglior assist per coloro che volevano vedere in Gesù il messia atteso. La recita evangelica di questa parabola di Matteo ne è l’esempio. Un gran numeri di partigiani della figura messianica, coloro che si pressavano per ascoltarlo vedevano in lui un sant’uomo che avrebbe restaurato la giustizia divina promessa dalla torah, la legge di Dio. Nessun intellettuale dell’Antichità portò una tale attenzione alla condizione dei bisognosi e fatto delle riflessioni così acute alle cause politiche, economiche e religiose delle sofferenze ed umiliazioni che dovevano subire quotidianamente.

La sofferenza e la miseria del popolo erano grandi ed è normale che la loro speranza di giustizia si legasse a colui che dava prova di una grande umanità, il cui appello era invece costruire una comunità di uomini e donne che vivesse su basi logiche inverse al meccanismo del potere. Una sfida che rimane attuale poiché il mondo non cambia, sempre fedele ai suoi meccanismi e automatismi. Sfortunatamente tutto quello che l’insegnamento comportava di liberatore è stato rimodellato, modificato, trasformato, mascherato, di una dottrina che rimette al cuore dell’esistenza l’obbedienza a Dio e ai suoi interpreti autorizzati, i membri di una gerarchia sacerdotale , che ancor più gravemente ha trasformato il cesarismo imperiale in cesarismo sacerdotale.

Non è l’amore l’agente che regola i rapporti umani, ma la predazione. Il messaggio evangelico non era un appello a regolare la vita sociale, a cambiarla, ma un appello rivolto a ciascuno per cambiare sé stesso, optare per una nuova vita attraverso il rinnovamento della coscienza, o se vogliamo dello Spirito che è dilezione, amore.

“Ogni religione formale, nel senso che la sua istituzione è diventata ufficiale, non solo non è necessaria per migliorare il mondo, ma addirittura lo peggiora.” Pier Paolo Pasolini

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Note :

1 André Sauge è filosofo e filologo , professore specialista della del Greco Antico. Le sue opere sono pubblicate su Publibook: Jésus de Nazareth contre Jésus-Christ, tome I et tome II/III, e Actes et paroles authentiques de Jésus de Nazareth.

2 Oltre al contenuto del nuovo testamento citiamo alcuni documenti essenziali come i frammenti di Papia di Hierapolis, la prima lettera di Clemente di Roma, e le lettere di Ignazio di Antiochia per citare alcuni tra i più importanti

3 Il processo del diacono Stefano lo dimostra: “noi l’abbiamo inteso pronunciare delle parole blasfematorie contro Mosé e contro Dio” (Atti 7,11)

4 Matteo 25, 14 – 30

5 Allusione a Erode il Grande, re d’Israele ai tempi di Gesù, che era andato a Roma nel 40 a.C. per chiedere all’imperatore Augusto di nominarlo re.

6 Una mina era una misura monetaria equivalente in quell’epoca a 75 denari. Dieci mine erano l’equivalente di 750 denari. Il salario di un operaio era allora di un denaro al giorno. La somma della parabola è dunque teoricamente equivalente, più o meno, a due anni del salario di un operaio. La somma data ai servitori è modesta quando la si compara alla fortuna presunta di un nobile. A titolo di comparazione, per essere senatore romano serviva una rendita annuale minima di 2500000 denari, ossia pari a 694 anni di lavoro per un operaio.

7 Otto uomini detengono una ricchezza corrispondente a quella della metà più povera della popolazione mondiale. Questa notizia, rilanciata da numerose testate giornalistiche, riassume i principali contenuti del quarto rapporto Oxfam sulla disuguaglianza economica nel mondo..

8 Se alcuni esegeti tentano di salvare la versione di Matteo parlando di una versione interpolata in Luca, il compilatore di Matteo si tradisce conservando la medesima cifra (dieci) delle mine della parabola di Luca. Nel Vangelo di Matteo si tratta di un servitore che possiede dieci talenti.

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