La parabola del buon samaritano (Luca 10, 25-36)

La parabola del buon samaritano è la più conosciuta e commentata del cristianesimo perché si presta a una interpretazione semplice della sua morale: l’aiuto al prossimo, e perché denuncia l’ipocrisia di coloro che pretendono di amare e servire Dio, pur voltando le spalle al loro prossimo.

Si contrappone qui la vera pietà che si dovrebbe avere verso il prossimo alla falsa pietà, di convenienza, nascosta sotto la pratica religiosa. La parabola ha secondo noi tutt’altro significato.

Per comprendere ciò che Gesù voleva mettere in luce bisogna situare la parabola nel suo contesto. Diciamo per cominciare che questa parabola chiave non si trova che nel Vangelo di Luca, che contiene il maggior numero di elementi del testo greco primitivo e che a oggi risulta fortemente rimaneggiato per farlo coincidere con la dottrina cattolica, che divenne ufficiale a partire da Costantino. Il testo primitivo fu redatto da uno dei compagni dell’apostolo Paolo, Silas, che in latino è stato tradotto con Luca 1.

Silas fu testimone diretto degli avvenimenti che ha narrato e nella redazione del suo racconto si è valso dei racconti orali e scritti di chi aveva conosciuto direttamente Gesù, cioè i suoi discepoli 2.

Marcione, a cui sono storicamente legate le origini del cristianesimo dei Catari, difendeva questo testo originale dalle rielaborazioni di altri cristiani che lui accusava di voler riportare sotto l’egida della Torah il messaggio cristiano, ossia renderlo attinente con il giudaismo. Queste interpolazioni e rimaneggiamenti daranno luogo al nostro attuale Vangelo secondo Luca, e Marcione passerà alla storia come un falsificatore di testi. Lo si accusa di aver omesso certi passaggi quando questi passaggi erano stati aggiunti dagli interpolatori. Ma, come abbiamo detto, nonostante questi tentativi, il Vangelo di Luca contiene ancora elementi della trama originale del testo di Silas. Gli altri Vangeli detti sinottici – Matteo e Marco – hanno perso gran parte del testo originale per opera delle manipolazioni fino al punto di invertirne il senso, soprattutto quello di Matteo. Si è tenuta la zizzania e gettato il buon grano. Il prologo del Vangelo di Giovanni non mente quando dice che la luce è venuta nelle tenebre e che le tenebre non l’hanno accolta. Il mondo non può ricevere ciò che viene da Dio e ciò che riceve non può essere di Dio. Il mondo non è affatto di Dio. “Il mio regno non è di questo mondo” diceva Gesù (Giovanni 18, 36).

Ciò detto torniamo adesso alla parabola e al suo contesto che ci dà le indicazioni indispensabili per comprendere il senso della parabola stessa.

Un dottore della Legge, cioè un esperto della Torah, chiede a Gesù cosa deve fare per ottenere la vita eterna. Il testo indica e l’indicazione è preziosa, che il dottore della Legge fa questa domanda a Gesù per metterlo alla prova. In effetti per tradizione il giudaismo ignora la nozione di vita eterna. L’uomo non è che polvere e ritornerà alla polvere. Non esiste vita eterna. Tutto ciò che Adonai promette agli uomini è la sua benedizione o la sua maledizione sui loro discendenti. La discendenza del giusto dovrebbe diventare numerosa e beneficiare di una vita opulenta, mentre per quella dell’ingiusto – colui che non osserva la Legge – si può supporre il contrario. Ciò lascia intendere che il concetto di vita eterna era proprio degli insegnamenti di Gesù e che il dottore della Legge se ne sarebbe interessato proprio per metterlo in difficoltà davanti all’insegnamento della Torah. Il dottore della Legge voleva probabilmente ottenere la prova, per un’ammissione stessa di Gesù, che i suoi insegnamenti non erano conformi alla Torah, per poterlo accusare e di conseguenza lapidare come la Legge prescriveva in questi casi: “Quanto a quel profeta o a quel sognatore, egli dovrà essere messo a morte, perché ha proposto l’apostasia dal Signore, dal vostro Dio, (…) per trascinarvi fuori dalla via per la quale il signore vostro Dio vi ha ordinato di camminare. Così estirperete il male da voi.” (Deuteronomio 13: 6)

“Qualora il tuo fratello, figlio di tuo padre o figlio di tua madre, o il figlio o la figlia o la moglie che riposa sul tuo petto o l’amico che è come te stesso, t’istighi in segreto, dicendo: “ Andiamo, serviamo degli altri dei, “ (..) tu non dargli retta, non ascoltarlo; il tuo occhio non lo compianga; non risparmiarlo, non coprire la sua colpa. Anzi devi ucciderlo: la tua mano sia la prima contro di lui per metterlo a morte; poi la mano di tutto il popolo; lapidalo, perché ha cercato di trascinarti lontano dal signore tuo Dio… (Deuteronomio 13: 7-11).

Gesù che ha visto perfettamente dove il dottore voleva arrivare, lo prende in contropiede e lo rimanda alla Torah. Gli chiede cosa, secondo lui, la Legge – la Torah – dice. Il dottore della Legge si impegna con gran cura a rispondere in maniera irreprensibile pronunciando due passaggi della Torah: “Tu amerai l’Eterno, tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua forza”. (Deuteronomio 6, 5) e “Tu amerai il tuo prossimo come te stesso” (Levitico 19, 18). Di fronte a questa risposta Gesù replica: “Hai risposto bene [..] fai questo e vivrai”. Gesù non può che accettare questa risposta perché l’amore è il cuore del suo insegnamento, è quello che il dottore della Legge ha espresso perfettamente. Un amore inoltre che lega indissolubilmente Dio al prossimo. Il dottore della Legge per contro si vede molto sviato dalla sua vera intenzione che era di mettere in difficoltà Gesù e avere un giusto motivo per accusarlo, ma strategicamente rimarca su un punto che può mettere in difficoltà Gesù, chiedendogli di ciò che riguarda la natura del prossimo: “Chi è il mio prossimo?” gli chiede.

Egli sapeva certamente per sentito dire, che per Gesù la nozione di prossimo aveva un senso universale. In effetti Gesù ha insegnato l’amore verso i nemici nel suo famoso sermone detto della Montagna (Luca 6, 17- 36)3 . Per la Torah, il nemico non è certamente da amare ma da sterminare. Non è il prossimo. Il prossimo è principalmente il correligionario e in secondo luogo lo straniero che vive nella comunità ebraica: i familiari o gli schiavi per esempio. Il prossimo è nel vero senso colui che ci è prossimo, vicino. Prossimo per sangue e per il credo religioso o per la condivisione di una vita comunitaria. Pertanto nello spirito del dottore della Legge amare Dio e amare il prossimo, cioè essenzialmente il correligionario, è una sola e medesima cosa. Non è agire giustamente verso Adonai il compiere un’azione ingiusta verso un correligionario. Nessun male deve essere fatto a un correligionario, cioè un fedele osservatore della Legge, sia nella persona che nei beni di sua proprietà tra cui sono compresi i propri familiari e gli schiavi. La Torah è generosa di prescrizioni di tutti i tipi su questo argomento4. Per quanto riguarda gli altri, quelli che sono infedeli alla Legge, la stessa Torah abbonda di prescrizioni punitive. Più di frequente si tratta della pena capitale per lapidazione. L’infedele non è più un vicino o un prossimo. Al contrario egli si è allontanato dalla Legge trasgredendola. Secondo l’Esodo la conquista della terra promessa si è realizzata per ordine di Adonai sterminando i popoli che già vi vivevano. Vediamo bene che i suoi comandamenti non riguardano questi popoli, che in effetti non sono né compatrioti né correligionari. Essi sono al contrario popoli molto lontani per non dire antagonisti rispetto alle credenze e ai costumi dei Giudei. Secondo il mondo, colui che è diverso, o diametralmente opposto, è sempre un avversario, un nemico, ed i nemici sono sempre da odiare. Comprendiamo da ciò in che senso Gesù dice di amare i propri nemici e cioè di non odiare colui che è diverso. L’insegnamento di Gesù va al contrario del pensiero del mondo. Per rispondere alla domanda del dottore della Legge che chiede a Gesù chi è il suo prossimo, Gesù racconta una storia, una parabola. Racconta di un uomo aggredito violentemente sul suo cammino dai briganti, i quali lo depredano e l’abbandonano a terra credendolo morto. Passa un sacrificatore, cioè un sacerdote che celebrava i riti nel tempio di Gerusalemme, che evita intenzionalmente questa persona apparentemente morta, facendo un passo di lato. Poi passa un levita, cioè un assistente del sacrificatore, che si comporta nello stesso modo. Passa in seguito un samaritano, cioè un dissidente, uno che professa una religione diversa dal giudaismo e considerato eretico dai giudei. Fra loro e i samaritani esisteva una grande inimicizia per la quale si evitavano tutte le relazioni. Il samaritano però, anziché evitare la persona che sembrava morta facendo un passo di lato, si avvicina, lo tocca e si accorge che è ancora vivo. Si prodiga subito per prestargli le prime cure, poi lo porta con sé in un luogo dove si prenderanno cura di lui. Paga in anticipo le cure necessarie poiché la vittima non ha più nulla e riprende il suo cammino senza pretendere nulla per le spese sostenute. Vediamo quindi che il samaritano avvicinandosi alla persona in stato di bisogno, è diventato il suo prossimo. E’ restando lontani, al contrario, che si rimane indifferenti alla sorte altrui. La situazione di quest’ultimo non ci smuove perché non la vediamo. Un detto popolare recita con ragione: “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.” In questo abbiamo una prima indicazione del senso della parabola. Per cogliere in modo completo ciò che cerca di puntualizzare Gesù in questa narrazione, bisogna porsi la giusta domanda. Per quale ragione il sacrificatore ed il levita si sono allontanati dalla persona moribonda sul bordo della strada, ed invece lui, il samaritano si è avvicinato ad essa e l’ha soccorsa? La risposta è semplice, l’abbiamo già intravista, ma bisogna conoscere la Torah. In effetti essa decreta: “Colui che toccherà un morto, un corpo umano qualunque, sarà impuro per sette giorni” (Numeri 19, 11) e precisa: “Chiunque toccherà un morto, un corpo umano che sarà morto, e che non si purificherà macchierà il tabernacolo dell’Eterno; questa persona verrà respinta da Israele” (Numeri 19, 13). D’altronde è espressamente prescritto ai sacrificatori di non rendersi impuri avvicinando e toccando un morto, a meno che esso non sia un prossimo, cioè un membro della propria famiglia (Levitico 21, 1-2).

Se il sacrificatore ed il levita si allontanano dalla persona lasciata morente sul bordo della strada è perché essi sono fedeli ai comandamenti di Adonai e agli imperativi della Torah legati al loro sacerdozio. Essi vanno a Gerusalemme per riprendere i loro incarichi e se toccano per sventura un morto si vedranno privati del loro sacerdozio e quindi dei benefici derivanti dalle decime e dalle offerte dei sacrifici. Ecco perché si prendono cura di evitare colui che sembra loro un cadavere. Al contrario se il samaritano si è avvicinato e ha toccato la persona moribonda sul bordo della strada è perché lui non è tenuto a rispettare nessuna legge che gli impedisca di avvicinarsi e toccare un cadavere. Il samaritano ha solo ascoltato l’impulso naturale del suo cuore, entrando in contatto con la persona in difficoltà. Non ha subordinato il suo cuore alle prescrizioni imperative della Legge che divide tutto in puro ed impuro, in vicino e lontano. Gesù sta cercando di far comprendere al dottore della Legge che è la Legge applicata alla lettera la causa di male azioni ma che è colui che è senza Legge che agisce bene. E’ lui che è stato il prossimo di uno sconosciuto, di un lontano, di un diverso da lui, che era molto probabilmente un ebreo, cioè un avversario, un nemico del samaritano. Il dottore della legge, su richiesta di Gesù che gli domanda chi è stato il prossimo della persona in difficoltà, riconosce che è il samaritano. E’ precisamente su questa risposta che Gesù incastra il dottore della Legge. Se Gesù invece avesse chiesto chi fosse stato il più fedele ai comandamenti della Torah, la risposta sarebbe stata diametralmente opposta. Ma in verità, non è la fedeltà alla Legge che Gesù promuove. Al dottore della Legge che ha citato l’osservanza dei Comandamenti come mezzo di salvezza, Gesù spiega che è proprio questo che lo impedisce. L’obbedienza a una legge non genera la vera virtù della bontà d’animo. Essa separa e divide, porta continuamente a giudicare ed a operare incessantemente delle divisioni: fra l’uomo e l’animale, l’uomo e la donna, l’ebreo e il non ebreo, il fedele e l’infedele ecc. Solo chi è senza legge non giudica. Non separa e non divide. Considera tutto con equità. Comprendiamo tutta l’importanza dell’imperativo di Gesù nel suo sermone della montagna quando dice: “Non giudicate mai e non sarete mai giudicati; non condannate e non sarete condannati, perdonate e sarete perdonati” (Luca 6, 37). Inoltre Gesù dice di non avere Legge e di agire con bontà, con il cuore, cioè con amore, con dilezione. E’ la dilezione che deve essere il motore delle nostre azioni, non una legge. Lo spirito della Legge non è la legge dello Spirito.

1) L’etimologia di “Silas” proviene dal latino silva che indica la foresta selvaggia, ma l’interpolatore ha cercato di modernizzare questa parola traducendola con “Lucas”, in latino il legno sacro.

2) Per maggiori informazioni, si rinvia il lettore ai lavori di Andrè Sauge:

– Jèsus de Nazareth contre Jésus-Christ. Tome I. La condamnation à mort, Paris, Publibook, 2011.

– Jèsus de Nazareth contre Jésus-Christ. Tome II. La fabrique du Nouveau Testament.

– Tome III. Restituzione dell’insegnamento di Gesù di Nazareth “testo greco”, Parigi, Publibook, 2012.

3) Secondo i lavori di Andrè Sauge, il discorso di Gesù sulla montagna si è svolto in realtà su una pianura. L’interpolatore volle presentare Gesù come un nuovo Mosè, costui trasmise la legge su una montagna.

4) Vedere per esempio Levitico 19, 11-17 e 34.

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