La conversione cristiana

Quando accettiamo di guardare questo mondo con lucidità, comprendiamo che siamo tutti votati fin dalla nostra nascita alla sofferenza e alla morte. Ma, a dispetto di questa constatazione, noi siamo governati da una volontà di vivere che non tiene in considerazione questa consapevolezza, poiché nella vita stessa predomina la volontà, piuttosto che l’intelletto. La vita non cerca e non aspira ad altro che vivere e sottrarsi alla sofferenza. Vivere comunque, a dispetto della sofferenza e della morte che si subisce e che si infligge agli altri, uomini o animali, per assicurarsi la propria esistenza e il proprio benessere. Nella vita è insita la morte, cosa che la volontà di vivere non tiene in considerazione, poiché è volontà incosciente e cieca. La vita vuole realizzarsi e compiersi a ogni costo. Il cerchio della violenza e della sofferenza trova qui la loro origine.
Chi è animato da questa volontà di vivere corre dietro a una chimera. Non sfuggirà mai alla morte, né mai si libererà dalla sofferenza. La vita è un ciclo senza fine, senz’altro scopo che mantenersi passando da un corpo a un altro. Poco importa quale corpo, è sempre la stessa volontà di vivere che anima la materia. La pianta, l’animale e l’uomo cercano tutti il loro posto al sole. Le stesse piante presentano delle specie carnivore.
La vita è un’eterna ripetizione. Nessuno può trarre vantaggio dalle vite passate. La morte si incarica di stendere su tutto un velo d’oblio. Ad ogni nascita, tutto ricomincia con la sua processione di illusioni, di lotte e di pene, per finire invariabilmente in modo tragico. Nessuno troverà la sua salvezza, in questo ciclo continuo.
La salvezza è precisamente la rinuncia a questo voler vivere a qualunque prezzo. Questa rinuncia, che il vangelo definisce “conversione”, è un capovolgimento di 180 gradi, un rivolgimento interiore. La volontà di vivere si trasforma nella sua negazione. Sia ben chiaro: non si tratta qui di un qualsiasi richiamo al suicidio, ma di dare un senso completamente differente alla vita stessa. Con l’abbandono della volontà di vivere, è tutto il processo del male legato a questa vita che perde il proprio motore e la propria guida. Un’altra vita nasce da quella che accetta di morire. La vita che nasce dall’accettazione della morte e da un annientamento totale di sé, non è più una vita organica, ma la vita dello Spirito. Ecco perché il Cristo insegna nel Vangelo: “In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.” (Giov. 12, 24-26)
La negazione della volontà di vita è attestata dai frutti che nascono nei nostri cuori come primizie dello Spirito.
L’apostolo Paolo spiegava in modo esauriente: “Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé;…” (Galati 5: 22).

La negazione della volontà di vita riconosce in tutt’altro un altro sé. C’è ipso facto empatia per ogni forma di vita, per tutto ciò che soffre. Il male non è più possibile. Niente può più giustificarlo. Il dono di sé succede all’egoismo. Inversamente, la volontà di vivere non si preoccupa per niente della vita e delle sofferenze altrui. La vita disprezza la vita, e dal momento in cui qualcuno non si interessa più della sua vita in particolare, proverà interesse per tutte le forme di vita. È il paradosso.
L’amore nato della fede sboccia nel distacco e nell’abbandono della volontà di vita. La parola evangelica è chiara, per rinascere occorre accettare di morire totalmente, interamente, non con la morte del corpo che avverrà a suo tempo e per legge naturale, ma con la morte della volontà di vita di questo mondo che anima ogni corpo. Come diceva l’apostolo Paolo: “la nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne.” (Efesini 6: 12)
Solo gli imperativi e i desideri legati alla vita spingono all’ingiustizia e al crimine, ma se accettiamo di non farci coinvolgere da essi, che cosa ci spingerà all’ingiustizia e al crimine? Quando si accetta di morire, si rifiuta di mettere a morte. La vita, questo potere mortale nella realtà, ha perso il suo pungiglione, ossia la volontà di vita che abbiamo sotto pelle.
E’ accettando di morire a questo mondo e assumendo la nostra parte di pene e sofferenze, che questo mondo c’infligge, che entriamo nella via della Salvezza. Non cerchiamo più di alleggerirci della nostra parte per caricarne gli altri. Non c’è più nessun male che giustifichi il nostro bene. Entriamo allora in una dimensione che il mondo ignora e possiamo dire col Cristo: “Io, non sono di questo mondo…” (Giovanni 8: 23). Superiamo “questo mondo perverso…” (Galati 1: 4), esso non ci trattiene più, e ciascuno può realizzare col Cristo: “Il mio regno non è di questo mondo.” (Giovanni 18: 36). Il mondo ha perso il suo potere alienante.
Ciò che può apparire paradossale nella ricerca della Salvezza è che cerchiamo innanzitutto la nostra salvezza individuale mentre la conversione cristiana è precisamente il contrario, ossia l’abbandono della preoccupazione di sé stessi. Entrare nel processo di Salvezza, è in effetti, non preoccuparsi più di sé stessi e, di conseguenza, della propria salvezza individuale. Solo il dannato può preoccuparsi della sua salvezza individuale, a differenza di colui che è salvato. Colui che è salvato infatti, non si sforza più di salvare sé stesso, poiché lo è già. Egli viene liberato dall’alienazione di volere vivere di questo mondo.
La salvezza non consiste nel cercare di sopravvivere dopo la morte, ma si limita ad accettare di morire interamente, totalmente, altrimenti la risurrezione cristiana non può aver luogo. Non una risurrezione corporale post mortem, ma una risurrezione spirituale che inizia qui e ora.
Per resuscitare, è necessario morire. Ma morire sul serio, senza ipocrisia, senza illudersi che la morte non sarà che un’illusione, che un passaggio e che si continuerà a vivere ed esistere dopo la morte. Questi non sono i frutti, le primizie dello Spirito. È la volontà di vivere che ancora si illude negando il fatto che dovrà terminare. Questa volontà di vivere non è affatto morta, ma molto vitale, ed è la prova che la conversione cristiana non si è ancora operata. La volontà di vivere non si è trasformata nella sua negazione.
In realtà, non c’è niente di paradossale: la ricerca della propria salvezza è un cammino indispensabile, ma una volta trovato, non cerchiamo più di assicurarci la nostra propria salvezza. La preoccupazione di sé e del proprio avvenire scompaiono. Non le consideriamo più. Questo rivolgimento, questa conversione, si opera nel momento stesso in cui riceviamo il vero battesimo cristiano, ossia il battesimo spirituale tramite l’imposizione delle mani: “il battesimo della rigenerazione e del rinnovamento nello Spirito Santo.”(Tito 3: 5). Noi crediamo che sia in questo momento che si riceve lo Spirito Santo per la propria salvezza, ma una volte ricevuto, una volta avvenuta l’imposizione delle mani, non si pone più il problema della propria salvezza. È scomparso. È ciò che il cristianesimo definisce passaggio dalla morte alla Vita. La volontà di vivere viene invertita nella sua negazione. È in questo momento che si apre davanti a noi un nuovo cammino di vita.
Questa esperienza spirituale del vero battesimo cristiano, vissuto contemporaneamente come morte e come resurrezione, non è sempre ben compreso. Non afferiamo le parole dell’apostolo Paolo quando dice: “Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova.”.(Romani 6: 4)
Al contrario, si esula dall’imperativo evangelico della fine di sé per sostituirlo con il suo esatto contrario: la sopravvivenza attraverso la speranza della salvezza della propria anima. Ma ciò che è chiamato a rivivere, non è ciò che anima il corpo, l’anima naturale, ma lo Spirito divino estraniato in noi sotto forma di anima, ossia la scintilla divina che giace prigioniera nella materia. E’ essa, trasformata in anima che rappresenta la volontà di vivere. Essa ha dimenticato ciò che era, non è più Spirito ma anima. Ma attraverso la conversione operata dallo Spirito Santo, questa anima ridiviene Spirito. La scintilla divina ritrova la sua natura originaria, e torna a essere quella che era, cioè uno Spirito Santo e non un’anima soggetta all’animazione di un corpo. De facto, essa perde la volontà di vivere propria di questo mondo.
 E’ proprio la scintilla divina, prigioniera della materia, che è chiamata ad elevarsi, a rinascere, a riunirsi nell’unità del Padre, come dice il Cristo nel vangelo di Giovanni: “perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola”. (Giovanni 17, 21)
Per quanto riguarda la nostra persona, questo non è che la conseguenza della identificazione in un corpo. È un’illusione che si dissolverà con la dissoluzione del corpo. Tutto ciò che ha fatto la nostra persona scomparirà con esso.

Ogni discorso che va al di là della morte non è messo in risalto nella predicazione cristiana, ma è frutto di speculazione. È qui che ci dobbiamo fermare . Non possiamo andare al di là della morte fisica. È la barriera insormontabile. Ciò che accade dopo la morte ci è inaccessibile e non ci riguarda più. Che importa d’altronde! Non è il dopo-vita che conta, ma ciò che noi facciamo qui e ora. Come potremmo credere di essere salvati domani, se non lo siamo oggi? E come sperare di entrare nel regno della bontà, se questa bontà non regna in noi ora?
L’importante è giungere alla propria “Buona Fine” come dicevano i nostri padri nella fede, i Catari. Giungere alla propria “Buona Fine” è il compimento dell’opera dello Spirito in noi. Essa ci consola completamente, essa cancella tutto, per sempre. Essa riduce il passato a nulla e inaugura un nuovo percorso. Essa ci fa entrare nella dilezione del Buon Dio, del Dio Buono, (perché ne esistono molti di malvagi). O semplicemente alcuni. Senza bagliori né prodigi. Ma essa imprime nei nostri cuori la serenità, la pace e la benevolenza, cioè la volontà di desiderare il Bene, di vivere secondo il Bene, a qualunque costo, fino all’ultimo respiro.
Ma c’è di meglio ancora, ossia entrare nella “via di giustizia e di verità”, come dicevano i Buoni Cristiani medievali, cioè la via evangelica, la via inaugurata e mostrata dal Cristo nei vangeli. Questa via è un impegno di vita, un “impegno di una buona coscienza verso Dio” (Prima lettera di Pietro 3: 21) che ci allontana da tutto, compresi noi stessi. “Va, vendi tutto ciò che hai e seguimi”, (Luca 18: 22) disse Gesù al giovane ricco. E altrove egli precisa: “Se qualcuno vuole seguirmi, rinneghi se stesso”, (Luca 9: 23) e “chiunque di voi non rinuncia a tutto ciò che posssiede, non può essere mio discepolo”. (Luca 14: 33).
Non c’è dilezione finché restiamo attaccati ai nostri beni e a noi stessi. Entrare nella “via di giustizia e di verità” evangelica, significa entrare nella comunità fraterna della Chiesa, dove la divisione del pane non è che un rito, ma la semplice messa in comune di ciò che ciascuno acquisisce attraverso il suo lavoro per dividerlo e redistribuirlo secondo i bisogni di tutti. Senza questo atto concreto d’amore, la nostra dilezione rimane esclusivamente teorica e il nostro rito vano.
Scostiamoci risolutamente dalle illusioni dei culti che gli uomini amano rendere ai loro dei. Il culto di Dio è un culto vano, perfettamente inutile. Non è nelle celebrazioni che si compie il servizio di Dio. Dio non ha alcun bisogno di essere celebrato. Ha bisogno di una riscontro al suo amore. È nella dilezione che si compie il suo servizio, nell’amore che noi portiamo al nostro prossimo. Un amore senza esclusioni che abbraccia tutto ciò che vive e soffre.
La dilezione sboccia soprattutto nella comunione fraterna della Chiesa. Non l’istituzione, ma la comunità di vita reale e concretadi uomini e donne, che mettono tutto in comune per un cammino di compassione e di non violenza. È a causa di questo impegno di vita, contrario ai princìpi di questo mondo, che essi sono esposti ineluttabilmente ad essere preda in questo mondo, “come delle pecore in mezzo ai lupi…” (Matteo 10: 16).
La chiesa Catara è una Chiesa molto fragile e debole, ma si impegna risolutamente al servizio del Vangelo. Come Maria, dice umilmente: “sono la serva del Signore”, Luca (1: 38), perché è lei che è fecondata dallo spirito Santo ed è lei che mette al mondo la parola evangelica. Ma essa non pretende di parlare a nome di Dio. La vera Chiesa non si sostituisce mai a Dio.

I Cristiani catari, a cui noi ci richiamiamo, sapevano che non si può predicare se non con il proprio esempio, perché il loro esempio è la più bella testimonianza della veridicità evangelica, della conversione cristiana. Essa chiama ciascuno a viverla.

Bibbia utilizzata per la traduione: ed. Piemme 1995.

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